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	<description>Gli Anni di Piombo</description>
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		<title>La notte che Pinelli</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 09:41:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>administrator</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Sofri]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[La notte che Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Calabresi]]></category>
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		<category><![CDATA[Spingendo la notte più in là]]></category>

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		<description><![CDATA[La notte che Pinelli Adriano Sofri Sellerio editore, 2009 Isbn: 88-389-2371-X Euro 12,00 «È la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dal quarto piano della Questura di Milano», dice Sofri. Storia vecchia di quarant&#8217;anni che tutti credono di sapere, al punto di raccontarla spesso e male, storpiandola a volte per calcolo politico, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="font-family: Courier New,Courier,mono;"><span style="font-size: small;"><em>La notte che Pinelli<br />
</em>Adriano Sofri<br />
Sellerio editore, 2009<br />
Isbn: 88-389-2371-X<br />
Euro 12,00</span></p>
<div id="attachment_83" class="wp-caption alignnone" style="width: 155px"><a href="http://www.annidipiombo.it/piombo/wp-content/uploads/2010/01/sofri_nottechepinelli_cover1.jpg"><img class="size-full wp-image-83" title="sofri_nottechepinelli_cover1" src="http://www.annidipiombo.it/piombo/wp-content/uploads/2010/01/sofri_nottechepinelli_cover1.jpg" alt="" width="145" height="203" /></a><p class="wp-caption-text">La notte che Pinelli</p></div>
<p style="font-family: Courier New,Courier,mono;"><span style="font-size: small;">«È la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dal quarto piano della Questura di Milano», dice Sofri. Storia vecchia di quarant&#8217;anni che tutti credono di sapere, al punto di raccontarla spesso e male, storpiandola a volte per calcolo politico, a volte per brutale ignoranza. Tanto che poi, per cercare di rimettere ordine, tocca «<strong>ricominciare daccapo</strong>», tornare alle carte, agli atti giudiziari, alle parole date, ritratte, contraddette, smentite.<br />
A imbarcarsi nell&#8217;impresa non sono le nuove leve del giornalismo nostrano, perché quando le cose diventano così complicate e contorte la favola del &#8220;largo ai giovani&#8221; è meglio lasciarla stare, per-carità-di-dio. Ci vuole uno della vecchia guardia, uno ostinato, dalla scorza dura. Uno che ha saputo trasformare la tragedia della libertà sottratta nella virtù della pazienza e del rigore. Perché quello che più di ogni altra cosa stupisce di questo libro è proprio il rispetto e la fedeltà alle regole e ai dettami della disciplina storiografica.</span></p>
<p style="font-family: Courier New,Courier,mono;"><span style="font-size: small;">Un paio di anni fa una collettiva emozione mediatica accompagnava e trainava l&#8217;uscita del libro di <strong>Mario Calabresi</strong>, figlio del commissario Luigi, <em><a href="http://www.anobii.com/books/Spingendo_la_notte_più_in_là/9788804568421/01ff5ddb2903641262/" target="_blank">Spingendo la notte più in là </a></em>(Mondadori Strade blu, 2007). Libro che, oltre a raccontare dall&#8217;interno il dramma della famiglia Calabresi e quello di molti altri parenti delle vittime del terrorismo, si spingeva appunto <em>più in là</em>, nel tentativo di separare il destino e la memoria del commissario di polizia da quelli dell&#8217;anarchico volato giù. Operazione per certi versi riuscita e che nel lungo termine probabilmente verrà affinata da altri contributi, ma interamente giocata sul piano emozionale, senza alcun appoggio storiografico. Non a caso nel libro di Calabresi la ricostruzione giudiziaria dei fatti è racchiusa in quattro smilze paginette e affidata totalmente a brandelli dell&#8217;intervista che il giudice <strong>Gerardo D&#8217;Ambrosio</strong> concesse all&#8217;autore. Lo stesso giudice che nell&#8217;ottobre del 1975 optò per la tesi del &#8220;<strong>malore attivo</strong>&#8220;, sostenendo che Pinelli né si lanciò, né fu lanciato.</span></p>
<p style="font-family: Courier New,Courier,mono;"><span style="font-size: small;">Sofri sceglie la <strong>strada opposta</strong>. Ricomincia daccapo, spulciando tonnellate di carte e riportando alla luce quell&#8217;accozzaglia di contraddizioni, &#8220;saltafossi&#8221;, omissis e bugie di cui si fecero carico gli uomini della questura di Milano presenti quella notte nella stanza in cui «fumavano tutti»; ricordando, ahilui, l&#8217;ostinazione perversa con la quale all&#8217;indomani della strage venne imboccata tutto d&#8217;un fiato e senza esitazione alcuna la pista anarchica, contro l&#8217;evidenza e il buon senso, contro la verità; ricostruendo il tormentato iter dell&#8217;inchiesta giudiziaria che cercò di far luce sulla morte di Pinelli, tra manichini volanti, tuffatori provetti, riesumazioni mancate e ricusazioni riuscite. Fino al trionfo del malore attivo, anticamera del tutti a casa.<br />
Non contento, l&#8217;autore fa poi i conti con sé stesso, caricandosi sulle spalle il peso della responsabilità della campagna diffamatoria che <em>Lotta continua</em> architettò e condusse contro il commissario Calabresi. Fino all&#8217;agguato di via Cherubini, il 17 maggio 1972. «La campagna condotta da <em>Lotta continua</em> contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 [...] fu un linciaggio moralmente responsabile, benché affatto penalmente, della morte di Calabresi», si legge tra le pagine di un capitolo intitolato <em>Le parole e i loro fatti. La violenza e la non violenza</em>: una riflessione lucida e impietosa sulla «grammatica e la pratica», sul conflitto tra «il senno del poi e il contesto» degli anni Settanta che in un Paese per bene rappresenterebbe un punto di partenza condiviso per un&#8217;analisi definitiva di quella stagione.</span></p>
<p style="font-family: Courier New,Courier,mono;"><span style="font-size: small;">Racconta l&#8217;autore, infine, che quella ragazza di vent&#8217;anni a cui si è idealmente rivolto per tutte le quasi 300 pagine del libro, al termine del racconto fa una domanda a cui lui stesso non è in grado di rispondere. E lo ammette, con un laconico «Non lo so». Noi, che quella storia credevamo di saperla ma in realtà non la conoscevamo, non rimaniamo granché sorpresi da quest&#8217;ultima, deludente risposta. Perché ci va bene anche così, ci accontentiamo che un paio di cose siano state rimesse al loro posto, nell&#8217;attesa della prossima rimescolata che non tarderà ad arrivare.</span></p>
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		<title>Intervista a Manolo Morlacchi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 15:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>administrator</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Saga famigliare, foto di gruppo in un esterno, storia politica e generazionale. Quale di queste tre definizioni meglio può sintetizzare l’essenza ultima del tuo libro? E perché? La mia intenzione è stata sin da subito quella di scrivere una storia, una vicenda partigiana. Ho utilizzato le esperienze umane, politiche, rivoluzionarie della mia famiglia perché le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Saga famigliare, foto di gruppo in un esterno, storia politica e generazionale. Quale di queste tre definizioni meglio può sintetizzare l’essenza ultima del tuo libro? E perché?</em></p>
<p>La mia intenzione è stata sin da subito quella di scrivere una storia, una vicenda partigiana. Ho utilizzato le esperienze umane, politiche, rivoluzionarie della mia famiglia perché le ho in parte vissute e le conosco bene e perché i Morlacchi avevano in sé tutte le sfaccettature proprie del movimento operaio e comunista del Novecento italiano. Per questa ragione le loro vicende rappresentano un bagaglio di esperienze troppo ricco per non essere recuperato e valorizzato.<em><br />
La fuga in avanti</em> non ha alcun intento storiografico. È un libro politico nella misura in cui rivendica interamente la storia dei suoi protagonisti. È un libro nel quale l’esperienza rivoluzionaria cerca di emergere da una storia famigliare lunga un secolo.</p>
<p><em>Manolo, chi erano i Morlacchi? Chi erano Pierino Morlacchi e Heidi Ruth Peusch?</em><br />
Pierino Morlacchi è stato un militante rivoluzionario delle Brigate Rosse. Contribuì alla loro fondazione nel 1970 organizzando la prima brigata nel quartiere Giambellino di Milano. L’approdo alla lotta armata fu il culmine di un lungo processo storico e politico che iniziò con la militanza nelle fila del Pci, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, e che coinvolse l’intera e numerosissima famiglia (dieci fratelli). Nel 1960 Pierino e tanti altri compagni, quasi interamente operai, uscirono dal partito in polemica con le posizioni revisioniste espresse non solo da Togliatti, ma dallo stesso gruppo dirigente dell’Unione Sovietica. Fondarono il gruppo “Luglio ’60” che a Milano ebbe un notevole risalto anche per l’asprezza del confronto con il Pci. Con il 1968 e l’inizio delle lotte operaie e studentesche, la funzione di quel gruppo andò via via esaurendosi. Alcuni rientrarono nelle fila istituzionali, altri scelsero la lotta armata. Tra questi mio padre.<br />
Heidi nacque e crebbe nella Ddr. Compiuti i diciotto anni scappò da quel grigiore e girò l’Europa. Giunse in Italia nel 1968. Dapprima si legò agli ambienti della Quarta Internazionale, poi conobbe mio padre e la realtà del Giambellino. Partirono insieme per Pergine Valsugana, dove fecero conoscenza con Renato Curcio, Mara Cagol e molti altri compagni. Rientrarono a Milano e anche lei aderì alle Brigate Rosse. La nascita di due bambini la allontanò dalla lotta attiva, ma venne comunque arrestata a più riprese fino al 1982.</p>
<p><em>Quand’è nata l’idea del progetto? E quali motivazioni ti hanno spinto a realizzarlo?</em><br />
L’idea del progetto ha preso corpo dopo la morte dei miei genitori. Mio padre è scomparso nel 1999, mia madre nell’agosto del 2003. Ne parlai a più riprese con Francesco Cattaneo e altri compagni, molti dei quali ritenevano che l’idea non solo fosse bella ma che rispondesse ad una esigenza collettiva ancora in sospeso. Dell’esperienza brigatista hanno scritto tutti: giornalisti, storici, magistrati, avvocati, ex militanti di vario genere. Ciò che mi sembra abbia caratterizzato la bibliografia nel suo complesso è stato l’approccio di fondo. Scrivere di quell’esperienza è possibile solo accettando esplicitamente che fu un errore e che resta un fatto irripetibile. Da questo tipo di lettura e di approccio io mi sottraggo completamente. Non ho nulla da giustificare e non intendo fare bilanci. Tanto più che coloro che fino ad oggi ci hanno provato, anche in modo onesto, hanno raggiunto dei risultati discutibili.<br />
L’unica vera mia intenzione è stata quella di utilizzare la storia della mia famiglia, per ricordare quei fatti, quel clima, quell’umanità con un linguaggio e un taglio che è caro a me e, credo, a tanti altri compagni.</p>
<p><em>In cosa consistono i “risultati discutibili” a cui accenni?</em><br />
Un bilancio politico e storico dell’esperienza della lotta armata oggi lo ritengo ancora assai improbabile. L’argomento è ancora al centro di una furiosa battaglia politica che, peraltro, nasconde anche al lettore più accorto, anche allo storico e al giornalista più onesto, fatti che se non vengono affrontati sotto la luce del conflitto sociale, oggi vivo più che mai, portano ad una deviazione interpretativa grave. Perché, sono convinto, non è sulla storia delle Brigate Rosse che esistono dei segreti ancora da svelare. A testimonianza di quella storia e delle parti in lotta, ci sono le centinaia di processi svolti e le migliaia di anni di carcere inflitti. I veri segreti, le vere menzogne, sono quelle dello Stato. Segreti e menzogne che celano le ragioni di quel conflitto. Senza la chiarezza necessarie su questi aspetti, senza la chiarezza di cosa abbia significato e significhi nel concreto l’ordine democratico, la ricostruzione che si può ottenere è comunque monca. Oppure, peggio ancora, tale ricostruzione deve partire da un iniziale riconoscimento di resa che può assumere la forma del ricordo, dell’abiura, della dissociazione, della conclusione storica non di quell’esperienza, ma quasi della possibilità stessa del conflitto.</p>
<p><em>Nel tuo libro traspare, forte e resistente, quel filo rosso che nello scorso secolo ha legato i nonni ai padri, e i padri ai figli. Che fine ha fatto quel filo? È ancora teso?</em><br />
Direi che quel filo è piuttosto allentato. Esiste oggi una profonda trasversalità tra i figli della flessibilità. La composizione di classe è tale per cui il cocopro, la forma moderna di capolarato, resta il destino dei figli degli operai e degli impiegati, via via sempre più proletarizzati. La ristrutturazione capitalista ha avuto cura di ridisegnare non solo la politica economica; i risultati forse migliori e più robusti li ha conseguiti proprio sul piano delle coscienze. Oggi i padri non hanno nessun filo rosso da consegnare ai figli. Ma è solo un problema di fasi e latitudini. Ogni giorno il dominio capitalista dimostra di essere incompatibile con il resto dell’umanità. Si tratta di avere pazienza e quel filo tornerà a tendersi.</p>
<p><em>Nella bella introduzione, Francesco Cattaneo parla del quartiere Giambellino, teatro delle storie che racconti, come di un </em>unicum<em> nella storia milanese recente. In che cosa consisteva questa unicità?</em><br />
Al Giambellino avvenne nel 1960 una delle prime spaccature a sinistra nella storia del Pci. Ciò che rese importante quella spaccatura furono i suoi contenuti politici. Ad uscire o ad essere espulsi dal partito furono decine di operai. Ma quegli operai erano figli e protagonisti della Resistenza. Poi protagonisti delle lotte operaie negli anni Cinquanta. Consideravano il Pci un partito revisionista e traditore degli ideali della Rivoluzione d’ottobre. Lungi dal considerare conclusa la spinta propulsiva del 1917, essi intendevano riappropriarsi dei contenuti originali di quella rivoluzione e da lì ripartire. I compagni del “Luglio ’60” erano totalmente assorbiti nel tessuto sociale del Giambellino e trascinarono con sé l’intero quartiere. Questo legame, che era profondamente politico, perdurò anche agli albori della lotta armata. In Piazza Tirana si tenevano comizi delle Br con la polizia che non interveniva. Sui tetti delle case popolari non era raro vedere sventolare bandiere rosse con la stella a cinque punte. Credo che una situazione simile sia stata vissuta solo in questo quartiere.</p>
<p><em>E oggi che quartiere è il Giambellino? E che città è Milano?</em><br />
La domanda meriterebbe un’ampia risposta che in questa sede non è pensabile. A Milano, come in tutte le grandi città, il potere tenta di chiudere tutti gli spazi di critica al sistema. I metodi utilizzati sono tali da indurre la sensazione dello sconforto e della rinuncia. È evidente la sproporzione esistente tra la repressione e le ragioni che la genererebbero. L’intenzione, come già avvenne ad esempio a Genova nel 2001, è quello di normalizzare la città. Il passaggio stesso verso una crescente istituzionalizzazione degli spazi storicamente più radicali di Milano, vedi i centri sociali, è la dimostrazione più evidente di questo pessimismo strisciante e del profondo conformismo che investe la sinistra antagonista.<br />
Il Giambellino negli ultimi trent’anni è stato sventrato. È mutata la morfologia del territorio e la composizione sociale del quartiere. Si sono acuite le distanze di classe che un tempo erano cementate dalle lotte del rione. Da un lato i vecchi abitanti che difendono il proprio miserabile spazio, dall’altro le giovani famiglie di immigrati nordafricani che hanno occupato in massa le case popolari comprese tra Piazza Tirana, Via Giambellino, Via Inganni e Via Segneri. Tra questi due mondi regna una totale incomunicabilità.</p>
<p><em>«…noi Morlacchi, e per Morlacchi intendo i proletari, intendo le classi subalterne, intendo gli sconfitti della storia, abbiamo fatto un passo da giganti in avanti. Ci avete sconfitti? Va bene! Siete più forti? D’accordo! Ma intanto abbiamo fatto un passo in avanti epocale». In cosa è consistito questo passo, Manolo?</em><br />
Il passo compiuto è la lotta del movimento operaio e comunista del secolo scorso. Nel Novecento questo movimento ha dato l’assalto al cielo. Ha conseguito grandi vittorie e ancora più cocenti sconfitte. Oggi sembra ridotto al silenzio. In Italia sembra del tutto seppellito. Eppure, quelle vittorie e quelle sconfitte rappresentano un bagaglio essenziale e decisivo per quando il conflitto riprenderà in forma più manifesta. In questo sta l’importanza di quelle lotte. E non si tratta unicamente di questioni politiche. Il lascito del Novecento è anche un potentissimo lascito culturale, umano, progressista che attende solo di essere riafferrato.<br />
Ma la tua domanda mi permette anche di fare una precisazione sul titolo che, capisco, potrebbe creare dei fraintendimenti. La scelta del titolo <em>La fuga in avanti</em> nasce in primo luogo da un volantino del gruppo “Luglio ’60” laddove si scriveva: «…e non ci vengano a parlare di fuga in avanti, gli specialisti delle fughe all’indietro». Ma soprattutto questa fuga mi ha più volte suggerito l’immagine della fuga guerrigliera dove quel “avanti” rappresentava il senso del progresso.</p>
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