Archive for the 'Libri' Category

La notte che Pinelli

La notte che Pinelli
Adriano Sofri
Sellerio editore, 2009
Isbn: 88-389-2371-X
Euro 12,00

La notte che Pinelli

«È la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dal quarto piano della Questura di Milano», dice Sofri. Storia vecchia di quarant’anni che tutti credono di sapere, al punto di raccontarla spesso e male, storpiandola a volte per calcolo politico, a volte per brutale ignoranza. Tanto che poi, per cercare di rimettere ordine, tocca «ricominciare daccapo», tornare alle carte, agli atti giudiziari, alle parole date, ritratte, contraddette, smentite.
A imbarcarsi nell’impresa non sono le nuove leve del giornalismo nostrano, perché quando le cose diventano così complicate e contorte la favola del “largo ai giovani” è meglio lasciarla stare, per-carità-di-dio. Ci vuole uno della vecchia guardia, uno ostinato, dalla scorza dura. Uno che ha saputo trasformare la tragedia della libertà sottratta nella virtù della pazienza e del rigore. Perché quello che più di ogni altra cosa stupisce di questo libro è proprio il rispetto e la fedeltà alle regole e ai dettami della disciplina storiografica.

Un paio di anni fa una collettiva emozione mediatica accompagnava e trainava l’uscita del libro di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi, Spingendo la notte più in là (Mondadori Strade blu, 2007). Libro che, oltre a raccontare dall’interno il dramma della famiglia Calabresi e quello di molti altri parenti delle vittime del terrorismo, si spingeva appunto più in là, nel tentativo di separare il destino e la memoria del commissario di polizia da quelli dell’anarchico volato giù. Operazione per certi versi riuscita e che nel lungo termine probabilmente verrà affinata da altri contributi, ma interamente giocata sul piano emozionale, senza alcun appoggio storiografico. Non a caso nel libro di Calabresi la ricostruzione giudiziaria dei fatti è racchiusa in quattro smilze paginette e affidata totalmente a brandelli dell’intervista che il giudice Gerardo D’Ambrosio concesse all’autore. Lo stesso giudice che nell’ottobre del 1975 optò per la tesi del “malore attivo“, sostenendo che Pinelli né si lanciò, né fu lanciato.

Sofri sceglie la strada opposta. Ricomincia daccapo, spulciando tonnellate di carte e riportando alla luce quell’accozzaglia di contraddizioni, “saltafossi”, omissis e bugie di cui si fecero carico gli uomini della questura di Milano presenti quella notte nella stanza in cui «fumavano tutti»; ricordando, ahilui, l’ostinazione perversa con la quale all’indomani della strage venne imboccata tutto d’un fiato e senza esitazione alcuna la pista anarchica, contro l’evidenza e il buon senso, contro la verità; ricostruendo il tormentato iter dell’inchiesta giudiziaria che cercò di far luce sulla morte di Pinelli, tra manichini volanti, tuffatori provetti, riesumazioni mancate e ricusazioni riuscite. Fino al trionfo del malore attivo, anticamera del tutti a casa.
Non contento, l’autore fa poi i conti con sé stesso, caricandosi sulle spalle il peso della responsabilità della campagna diffamatoria che Lotta continua architettò e condusse contro il commissario Calabresi. Fino all’agguato di via Cherubini, il 17 maggio 1972. «La campagna condotta da Lotta continua contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 [...] fu un linciaggio moralmente responsabile, benché affatto penalmente, della morte di Calabresi», si legge tra le pagine di un capitolo intitolato Le parole e i loro fatti. La violenza e la non violenza: una riflessione lucida e impietosa sulla «grammatica e la pratica», sul conflitto tra «il senno del poi e il contesto» degli anni Settanta che in un Paese per bene rappresenterebbe un punto di partenza condiviso per un’analisi definitiva di quella stagione.

Racconta l’autore, infine, che quella ragazza di vent’anni a cui si è idealmente rivolto per tutte le quasi 300 pagine del libro, al termine del racconto fa una domanda a cui lui stesso non è in grado di rispondere. E lo ammette, con un laconico «Non lo so». Noi, che quella storia credevamo di saperla ma in realtà non la conoscevamo, non rimaniamo granché sorpresi da quest’ultima, deludente risposta. Perché ci va bene anche così, ci accontentiamo che un paio di cose siano state rimesse al loro posto, nell’attesa della prossima rimescolata che non tarderà ad arrivare.